Politica

Published on dicembre 21st, 2019 | by Euclinews

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VOTO AI SEDICENNI

di Matteo Usai

Chi è contro pensa che i sedicenni non siano sufficientemente maturi, istruiti e consapevoli per votare, sapendo cosa stanno facendo. C’è Riguardo la proposta di abbassare l’età del voto a sedici anni, all’interno del nostro istituto abbiamo fatto un piccolo sondaggio tra gli alunni delle classi terze, chiedendo loro se fossero favorevoli o meno. In merito a questo argomento ci è sembrato opportuno approfondire la questione alla luce della discussione che si è aperta tra i politici.

 

Di fronte al continuo invecchiamento della popolazione italiana, dovuto da un lato sia all’aumento dell’aspettativa di vita grazie ai progressi scientifici sia al drammatico calo delle nascite, la nostra penisola diventa sempre di più un paese per vecchi, dove i giovani sono sistematicamente messi in inferiorità numerica da quest’ultimi.

 

Ciò nonostante, a seguito delle numerose manifestazioni portate avanti proprio dagli adolescenti, per quanto riguarda la spinosa e delicata questione dei cambiamenti climatici, non c’è da stupirsi che diverse personalità di punta del panorama politico italiano abbiano colto la palla al balzo, proponendo di abbassare l’età minima per il voto a 16 anni. Quest’idea torna a suscitare forte interesse con il recente intervento dell’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, che nella prima pagina del giornale La Repubblica, in un articolo intitolato Facciamo votare i ragazzi di Greta propone una responsabilizzazione dei più giovani concedendo loro il diritto di voto: «È un modo per dire a quei giovani che abbiamo fotografato nelle piazze, lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio», ha detto Letta, e la sua proposta è stata immediatamente accolta con favore da quasi tutti i partiti e i leader politici. In realtà questa iniziativa era già stata proposta da  Walter Veltroni, nel 2007 quando divenne segretario del Partito Democratico e in seguito, nel 2015 dalla Lega Nord, ma alla fine non se ne fece nulla.

 

L’Italia non sarebbe il primo paese a fare questa scelta. In Europa quattro paesi hanno già abbassato i limiti di età al voto: Austria, Grecia, Malta e Ungheria e nel resto del mondo il diritto al voto è esteso ai sedicenni in Argentina, Brasile, Nicaragua, Cuba, Ecuador, mentre in Indonesia e Timor Est si vota dai 17 anni in su.

 

Gli obiettivi alla base della proposta sono essenzialmente due: uno è quello di responsabilizzare e dare voce ai più giovani che, per questioni generazionali, economiche e sociali sono svantaggiati, sottorappresentati e poco ascoltati da media e istituzioni; un altro, un po’ più cinico, è il tentativo da parte della classe politica di conquistare elettorato, aggredendo in modo efficace il mondo degli astenuti. Numeri alla mano i 16-17enni residenti in Italia oggi sono oltre un milione.

 

Per i più convinti sostenitori di questa riforma, la riduzione del limite d’età di voto è la naturale prosecuzione delle grandi battaglie politiche combattute nell’ultimo secolo per allargare il bacino dell’elettorato, la più grande delle quali fu probabilmente quella per il suffragio femminile, vinta in quasi tutto il mondo cosiddetto sviluppato tra la fine dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del secolo successivo. E il successivo superamento di altri generi di discriminazione legate al censo e al livello d’istruzione, è avvenuto fino a buona parte dell’ultimo secolo in moltissimi paesi che non permettevano agli analfabeti di partecipare alle elezioni oppure, obbligavano i cittadini a superare un test per ottenere il diritto di voto. La giustificazione che si adottava all’epoca era che gli analfabeti e le persone poco istruite non erano in grado di cogliere le sfumature della politica e per questo non avevano diritto a dire la loro su come la società andasse organizzata. In realtà sappiamo oggi che questa limitazione serviva soprattutto a colpire i membri più deboli della società ed i gruppi etnici oppressi che, con il loro voto avrebbero potuto ottenere un cambiamento dell’ordine sociale ed economico. I test di cultura e alfabetizzazione costituirono per decenni uno dei principali strumenti delle leggi cosiddette “Jim Crow” con cui nel sud degli Stati Uniti veniva legalmente impedito ai neri di votare.

 

E’ doveroso ricordare, che più volte l’età minima per il voto è stata abbassata, prima della Seconda guerra mondiale era necessario avere 21 anni o più per votare in quasi tutto il mondo. Solo negli anni Settanta, anche in seguito alla contestazione giovanile del decennio precedente, molti paesi abbassarono a 18 anni il diritto di elettorato attivo e passivo (cioè quello di essere eletti, oltre che di votare). Nel Regno Unito accadde nel 1969, negli Stati Uniti nel 1971, in Canada e Germania Ovest nel 1972, in Australia e Francia nel 1974 e infine nel 1975 anche in Italia. All’epoca i detrattori di quella legge ritenevano che i giovani fossero troppo irresponsabili e che concedendo a loro il voto sarebbero seguiti una serie di disastri.

 

anche chi si preoccupa perché gli elettori più giovani, alle ultime elezioni, hanno votato in massa partiti estremisti e populisti, che promuovono valori che sembravano mettere in discussione l’ordinamento democratico della società.

 

Il giornalista Nikolaus Piper ricorda che è falsa l’idea che gli elettori debbano essere informati o che debbano avere esperienza per potere votare: ai maggiori di 18 anni, infatti, non si chiede di essere informati o preparati, e nessuno pensa di ritirare il diritto di voto ai malati di Alzheimer o agli anziani affetti da demenza senile. Ci sono poi benefici concreti nel dare il diritto di voto ai più giovani, prosegue Piper, per esempio può aiutare a renderli più interessati e partecipi alla vita politica del paese. Egli ci offre anche delle prove. Infatti, secondo un recente studio pubblicato nell’aprile del 2017, incentrato sul voto degli under diciotto in Austria e Norvegia viene evidenziano che il voto dei più giovani è ponderato e consapevole tanto quanto quello dei concittadini più anziani. L’essere pochi, però, li ha resi un elettorato trascurabile, perché mirare al loro consenso porterebbe meno vantaggi elettorali che mirare a quello dei più anziani, così le loro istanze rimangono inascoltate.

 

Il trend è difficile da rovesciare, anche perché l’Italia si fa sempre più un paese di anziani per anziani, con i giovani costretti a emigrare e un debito pubblico che cresce per finanziare riforme dedicate essenzialmente alla popolazione over 50. Non a caso la generazione under 37 è stata la più colpita dalla crisi, mentre per gli over 37 invece la crisi ha avuto un impatto molto meno rilevante. Riformare la legge elettorale, e abbassare a 16 l’età elettorale in uno scenario simile, sarebbe innanzitutto un atto politico, un messaggio di apertura e di cambio, anche se tardivo, di prospettiva. Proprio alla luce di una mancanza di una percepita attenzione da parte della classe politica per i giovani è nata l’esigenza di proporre l’abbassamento del voto elettorale, esigenza sottolineata da Beppe Grillo, 71 anni, che con una provocazione tra il cinico e lo spaventoso ha detto di voler togliere il voto agli anziani. Questo perché, ha tentato di dimostrare il comico e fondatore del Movimento 5 stelle, superata una certa età i cittadini sarebbero meno preoccupati del futuro sociale rispetto ai giovani o ai non ancora nati che però dovranno subirne le conseguenze.

 

Risulta evidente che i più giovani hanno anche molti più interessi in gioco dei più anziani quando arriva il momento di decidere il futuro, se non altro perché hanno molto più tempo da trascorrere nelle società le cui forme e caratteristiche vengono decise al momento del voto. E da maggiori interessi in gioco, prima o poi, derivano di solito un maggiore interesse e una maggiore assunzione di responsabilità. Ricordiamo che la moderna democrazia d’oggi è basata in gran parte sull’idea che non esistano decisioni “giuste” per tutti, ma che la politica sia costituita dalla complicata composizione di interessi differenti, e che il modo migliore di conciliarli sia tramite un voto democratico il più esteso e rappresentativo possibile.

 

A questo punto il risultato del sondaggio c’è parso sorprendente infatti su un totale di 104 voti, solamente 14 voti (che corrisponde al 13,4%) erano favorevoli a questa iniziativa. Le motivazioni dietro a una così dura presa di posizione sono da ricondursi verosimilmente a un genuino disinteresse, o dalla mancanza di una preparazione “civica” da parte della scuola italiana, o ancora dal ritenere che non sia più l’idea ma la prassi operativa che supera il concetto “ideologico politico” che da questo punto di vista ha innegabilmente mostrato la propria fragilità, e infine al fatto di non sentirsi ancora a quell’età abbastanza maturi e quindi facilmente influenzabili oppure ad un’evidente perdita di fiducia nei confronti della politica italiana odierna.

 

 

 

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