Storie di Alternanza

Published on aprile 27th, 2019 | by Euclinews

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Euclide chiama Madrid

Quando la nostra scuola insegna a quella spagnola cosa significa “integrare” e non “separare”: mettere insieme i normodotati con i diversamente abili, farli crescere permettendo ad ambedue d’imparare il rispetto, l’amore, ma anche a misurarsi con difficoltà che con l’aiuto di tutti possono superare; in Spagna le classi “differenziali”; ci chiediamo: serve ancora distinguere?

di Marco e Mauro Baldussu

Dal mio punto di vista.

Ciao, io mi chiamo Marco.

Era un po’ che sentivo questo slogan: “Euclide chiama Madrid”.

A scuola da qualche mese tutti ne parlavano. Io e alcuni compagni abbiamo fatto

molti incontri per prepararci; eravamo affiancati da qualche adulto, altri compagni ci

aiutavano quando avevamo qualche difficoltà e tutti insieme preparavamo uno

spettacolo per i nostri amici di Madrid.

Il 7 marzo 2019 tutti noi partiremo IN AEREO verso Madrid. Non ci sono mai stato,

ma a giudicare dall’entusiasmo con cui la prof. Serra me ne ha parlato, deve essere

davvero bellissima. Un po’ mi spaventa, ma credo sarà una bella esperienza.

E’ arrivato il giorno della partenza. Oggi prendo l’aereo… E’ da qualche settimana che

mio padre gira intorno alla mia carrozzina: la smonta, la rimonta, controlla i pesi,

stacca la Power Unit… Forse crede di dover fare il PITSTOP alla sua amata Ferrari…

Papi, dobbiamo solo prendere un aereo, cosa vuoi che succeda alla mia Ferrari.

Qui in aeroporto incontro gli insegnanti e i miei compagni. Ci sono anche mia madre

e mio padre; mi sento fortunato e al sicuro. Mia madre di sicuro non mi farà morire

di fame e mio padre di sicuro mi tirerà fuori dai guai con la mia Ferrari.

Il personale dell’aeroporto sembrava aspettare me. Presa in consegna la carrozzina

mi hanno fatto salire a bordo con un ascensore tutto per me. E’ proprio vero che

sono il solito raccomandato. Sono felicissimo a bordo. L’ultima volta che ho volato mi

sa che ancora avevo il controllo della schiena, sono passati tanti anni. Anche mia

madre è felicissima. Si è messa addirittura a piangere! Esagerata.

Arrivati a Madrid, mi riconsegnano la mia Ferrari, tempo che mio padre finisca il

PitStop e sono a bordo. Un autobus ha il compito di portarci in albergo, ormai si è

fatto tardi. Come al solito io sono raccomandato e uso la sponda idraulica per salire,

gli altri che facciano gli scalini.

La nostra camera in albergo è veramente bella. Soprattutto il bagno.

I miei genitori non mi hanno permesso di dormire con i miei compagni. I soliti

iperprotettivi. Certo che quando ho bisogno di qualcosa e non riesco a farmi capire

se non da loro, non mi lamento così tanto…

La mattina, dopo una buona colazione (un po’ presto a dire il vero) via!, si parte per

la scuola che ci ospita, “AlaPar”, così si chiama.

Io e i miei genitori andiamo con il taxi attrezzato per disabili, gli altri in

metropolitana; uffa.

La struttura è bellissima. Un pappagallo un po’ chiassoso ci da il benvenuto.

I professori di questa scuola sono molto gentili e disponibili; gli alunni (purtroppo

non sanno parlare in Italiano) quando ci incontrano hanno piacere di salutarci e

comunicare con noi. I loro professori dicono che sono tutti ragazzi “speciali”, come

alcuni di noi ( a parte me, del mio gruppo in realtà non so chi altro lo sia, siamo tutti

compagni…).

Con loro abbiamo fatto tante attività; ci hanno fatto vedere il loro metodo di

insegnamento.

Bello, molto bello e coinvolgente. Ci dicono che gli alunni sono tutti tra i 12 e 16 anni

e che lo scopo principale della scuola è quello di esaltare le qualità di ogni individuo

per raggiungere un buon livello di autosufficienza. Nobile come traguardo, ma non

mi sembra una grossa novità. In realtà all’Euclide, credo lo scopo dell’insegnamento

sia lo stesso, ma non ci sono solo ragazzi speciali. Io non trovo giusto che i ragazzi

“non speciali” debbano avere un trattamento diverso da quelli “speciali”. Hanno

diritto anche loro, come noi, di avere il meglio che gli insegnanti possano dare.

Devo ammettere che Madrid è davvero bella. Un po’ diversa dall’Italia. Noi abbiamo

tantissimi monumenti, ma più vecchi. Da loro sembra che la storia sia iniziata dopo,

quando è finita da noi. I nostri anni più bui erano i loro più fiorenti.

Certe costruzioni sembrano un po’ semplici viste da fuori, ma poi dentro sono

fantastiche. Ad esempio il monastero di San Lorenzo a El Escorial racchiude un

fascino difficile da immaginare dall’esterno, anche se molto imponente.

Il nostro albergo era in una zona molto centrale di Madrid, questo ci ha permesso di

spostarci tranquillamente e abbiamo potuto apprezzare la famosa Movida che ogni

sera anima le vie del centro.

Una sera, mentre passeggiavamo nella Gran Plaza, i miei genitori hanno conversato

con la preside di AlaPar. Lei era molto interessata a conoscere le impressioni dei miei

genitori sui loro progetti formativi; nonostante le difficoltà linguistiche è emerso che

i miei genitori hanno un concetto di integrazione sociale dei ragazzi “speciali”, come

li chiamano loro, assai diversa. Per fargli capire bene il concetto le hanno suggerito di

tradurre la Home Page del sito abcsardegna.org, associazione di cui faccio parte

ormai da 20 anni. Forse non le avrà fatto molto piacere, sopratutto la parte in cui si

dice che l’associazione bambini cerebrolesi nasce per contrastare la nascita di

“strutture lager” dove le persone diversamente abili vengono rinchiuse e costrette a

stare lontani dai “normalmente abili”.

Per quanto il loro modello di ricerca della autosufficienza sia discutibile, devo

riconoscere che il personale della scuola era molto gentile, umano e preparato.

Ritengo che sia stata una bellissima gita scolastica, che ci ha permesso di ammirare

la Spagna e le molte caratteristiche che accomunano italiani e spagnoli; è stato

anche interessante vedere la scuola, i laboratori e soprattutto le officine dove dopo

la scuola i ragazzi possono apprendere un mestiere che aiuta nel percorso di

autosufficienza. Alcune cose sono senza dubbio un insegnamento per noi italiani,

che troppo spesso siamo costretti a compensare certe lacune dello stato con l’azione

del volontariato. Però ci ha dato anche la consapevolezza che non tutto quello che

succede in Italia sia negativo o inferiore a ciò che succede nel resto del mondo. Certi

modelli di integrazione e di famiglie che in prima persona si occupano dei ragazzi

disabili, stando al centro del loro percorso formativo (e non certo pensando di

portare una croce sulle spalle), dovrebbero essere d’esempio per molti altri paesi.

Un ringraziamento particolare agli insegnanti e ai miei compagni che con tanta

pazienza si sono adeguati ai miei tempi e alle mie necessità.

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