by Matteo Usai

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Scuola

Published on aprile 23rd, 2019 | by Euclinews

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Presentazione del progetto sul bullismo

by Matteo Usai

Il 3 Aprile nella Mediateca di Cagliari si è svolta la presentazione conclusiva del progetto sul Bullismo e Cyberbullismo portato avanti da due scuole a tal fine gemellate, il Liceo Classico-Scientifico Euclide di Cagliari e il Liceo Giuseppe Peana di Tortona, Alessandria. A tale presentazione sono intervenuti, tra l’altro, ospiti che in un modo o nell’altro hanno da sempre lavorato sull’educazione e la prevenzione della devianza giovanile; essi sono Salvatore Bandinu, Grazia Maria de Matteis, Paolo De Angelis, Alessandro Montisci, Maria Rosaria Maiorano, Don Ettore Cannavera, Stefano Simula.

Dopo il saluto del Preside del liceo cagliaritano, prof. Vanni Mameli, il moderatore, il giornalista Luigi Alfonso ha dato la parola a Paolo De Angelis, procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Cagliari. Egli ha detto: “ Il bullismo è ai giorni d’oggi una piaga tra le più diffuse della nostra società, presente soprattutto nell’ambito scolastico. Tuttavia, il bullismo non è la forma tipica di violenza giovanile, perché la violenza giovanile ha forme di espressione diverse (violenze verso adulti, violenze verso istituzioni, principalmente scolastiche, violenze e devastazioni urbane, furti in negozi e così via). Non è nemmeno l’unica forma di violenza giovanile, perché la violenza dei giovani non è solo quella contro i giovani: si pensi, ad esempio, alle violenze negli stadi, nelle quali i gruppi di tifoseria organizzata sono principalmente costituiti da giovanissimi o alle rivolte nei quartieri periferici delle grandi capitali europee; o, ancora, a quelle particolari forme di violenza che si traducono in comportamenti antisociali, compresa la guida in stato di ebbrezza. E non è neppure una forma contemporanea, ma è, anzi, una forma antica e generazionalmente radicata, una sorta di comportamento ereditario che unisce passato e presente. Nella ricerca di questa specifico contenuto, la prima riflessione riguarda il contesto nel quale il bullismo si manifesta. Si può innanzitutto inquadrare il fenomeno nella sua dimensione generale e considerare il bullismo come il prodotto di un mix di devianza e, insieme, deresponsabilizzazione. L’aspetto della de-responsabilità è un tratto tipico: il giovane bullo agisce in quanto il principio di responsabilità è completamente disatteso e disapplicato. In senso ampio, nel bullismo la deresponsabilizzazione coinvolge non solo il giovane violento che agisce ma anche quelle figure (genitori, educatori, insegnanti) che, pur avendo precisi doveri di intervento e controllo, trascurano ed omettono i propri compiti e, così facendo, consentono questa violenza. La definizione più diffusa e condivisa di bullismo è la seguente: il bullismo per essere definito tale deve presentare tre caratteristiche precise: intenzionalità, persistenza nel tempo e asimmetria nella relazione, vale a dire che deve essere un’azione fatta intenzionalmente per provocare un danno alla vittima ripetuta nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. La risposta repressiva, pur necessaria, non può tuttavia esaurire la serie di soluzioni concrete al problema: un fenomeno sistematico va affrontato nelle cause e non solo negli effetti. La scelta della prevenzione significa in primo luogo studiare e “mappare” il fenomeno e le sue dimensioni, con superamento dell’omertà e della vergogna delle vittime e delle logiche “di branco” dei bulli. E prevenire significa informare, formare, interagire e progettare.

All’interessantissimo intervento del procuratore è seguito quello del dott. Alessandro Montisci, direttore della struttura complessa Centro di Salute Mentale Cagliari Ovest, che ha collaborato nella realizzazione del progetto. Egli ci ha detto: «Il bullismo può provocare seri danni alla mente dei ragazzi, anche permanenti. Nella nostra società abbiamo tutti una cultura che ci porta ad allontanare le persone con problemi mentali, questo stigma, questa sorta di barriera protettiva, ci ostacola nel cercare di comprenderle e di aiutarle, per superare questo nostro limite è necessario infondere nei giovani una nuova cultura capace di vincere le differenze e di vincere la paura del diverso, ovviamente per farlo ci vuole volontà e impegno da parte di tutti soprattutto dei giovani per riuscire a creare una società diversa”.

Anche la dott.ssa Maria Rosaria Maiorano, rappresentante del MIUR Sardegna, è intervenuta, con parole importanti: «E’ necessario avviare una serie di progetti nelle scuole per la prevenzione dei disagi giovanili, in particolare contro il bullismo e contro il cyberbullismo». Quindi citando il libro di Salvatore Bandinu La scuila debullizzata ha aggiunto: «“E’ importante sapere che le parole non muovono le montagne, il buon lavoro muove le montagne” quindi i ragazzi possono muovere il mondo, possono e devono far sentire la loro voce e non devono assolutamente essere degli spettatori passivi in balia degli eventi. All’interno dell’istituto scolastico, attraverso questi progetti di sensibilizzazione si possono raggiungere dei validi risultati, per attivare tutte le potenzialità che i ragazzi hanno e per farli diventare cittadini del futuro coscienti e responsabili.

Non potevano mancare le parole di Don Ettore Cannavera, una delle figure più carismatiche ed importanti dell’impegno sciale in Sardegna, fondatore, tra l’altro della Comunità “La collina”: «Io sono cappellano del carcere minorile di Quartucciu, piccolo centro adiacente al capoluogo, ci sono tanti adulti che vi stanno parlando in questo momento, ma io mi chiedo, che cosa vi rimarrà dopo questo incontro? Ebbene, dovete sapere che bulli non si nasce ma lo si diventa, la responsabilità più importante di fronte ad atti di bullismo è del gruppo, il gioco in mano c’è l’avete voi, perché voi giovani avete come delle antenne, che vi permettono di capire e di cogliere i primi segnali di qualcosa che non sta andando nel verso giusto, i primi che possono aiutare questi ragazzi, che stanno per intraprendere un percorso sbagliato, siete proprio voi giovani.

Alla realizzazione del corto “Vogliamo una società diversa” ha prestato il suo lavoro, come regista l’educatore Stefano Simula: «Ho notato, che nel corso degli ultimi anni, la nostra società sta diventando sempre più aggressiva per questo è necessario cambiarla e migliorarla. Per la realizzazione di questo cortometraggio, io mi sono semplicemente limitato a seguire le direttive dei professori del Liceo Euclide: Walter Orrù e Maria Rita Murru, il resto è venuto da sé. Ho fatto il regista con estrema umiltà, in quanto è un’attività che faccio esclusivamente per diletto e non per professione. Ai giorni d’oggi queste grandi tematiche come il bullismo e il cyberbullismo, sono temi che vengono messi in un grande calderone, senza sapere effettivamente di che cosa si tratti e la cosa più difficile per noi adulti è quella di trasmettere efficacemente questi messaggi ai ragazzi».

Infine la prof.ssa Angela Pellizza, del Liceo di Tortona, dsopo aver ringraziato per l’ospitalità ricevuta nel capoluogo sardo. Ci ha comunicato che il rispetto degli altri dipende in primo luogo dalla conoscenza e dalla consapevolezza che abbiamo in noi stessi, c’è una forte relazione tra il bullismo e la mafia e come sappiamo chi ha osato scontrarsi in passato con quest’ultimo sistema come Peppino il Impastato è stato eliminato e si è cercato pure di insabbiare l’accaduto facendo passare l’omicidio come un suicidio. E’ necessario, pertanto, combattere la cultura dell’omertà, non bisogna ignorare chiudendo gli occhi quello che ci accade intorno, ma bisogna denunciare ciò che è illegale e che va contro la legge. Non bisogna restare chiusi nel proprio mondo, ma bisogna aprire gli occhi e prendere atto di tutto ciò che ci sta attorno. Ognuno dovrebbe, pertanto, trovare la forza di parlare di tutto ciò che succede per non lasciarci sopraffare dalla solitudine e da una sensazione di vuoto dentro che può portare anche a l’autolesionismo e alla rinuncia alla vita.

In ultimo Salvatore Bandinu, autore del libro/progetto, chiude con un auspicabile invito all’impegno: «Ogni individuo sente il bisogno di essere accettato e inserito all’interno di un gruppo e della società, non bisogna etichettare una persona come bullo, ma offrirgli una possibilità di riscatto. La finalità del progetto è proprio questa: affrontare un problema comune insieme, partendo dalla base: nulla sui giovani senza i giovani. Il bullo è qualcuno che più di tutti deve essere aiutato, il bullo ha il bisogno, l’esigenza di esprimersi e non trovando altro modo lo fa con la violenza, tutti noi siamo colpevoli se non ci proponiamo di isolare il bullo momentaneamente, di correggere il suo comportamento, di fargli capire dove ha sbagliato e di reinserirlo nella società. Per poter svolgere un’attività di questo tipo ci vuole per prima cosa la volontà, perché pensare di risolvere la questione con una sospensione o con una bocciature, non è la soluzione giusta, in quanto il bullo ha il bisogno di sentirsi apprezzato e tocca a noi indirizzarlo verso un’altra strada. Questa non è la fine del progetto, ma solo l’inizio.»

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